PROGETTI

PROGETTI DELLA 12 EDIZIONE DEL
MASTER PROGETTISTA DI ARCHITETTURE SOSTENIBILI
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WIWO
Progetto Vincitore del Premio INARCH MAD
Marialisa Basile - Paolo Calarco


WIWO_WHAt IN WHAt OUt Guardiamoci intorno abitare una casa o una comunità? quali sono le frontiere dell’abitare contemporaneo? chi sono i nostri vicini di casa? Fino a pochi anni fa la questione dell’abitare era incentrata principalmente su un aspetto quantitativo: stabilito il numero di famiglie che avrebbero abitato un edificio la struttura sociale si sarebbe in qualche modo formata perchè favorita da stili di vita differenti da quelli contemporanei, oggi invece l’abitare comprende anche aspetti qualitativi di importanza proporzionale alla complessità della società, il senso di famiglia è cambiato, molti di più sono i luoghi di provenienza l’altro è davvero diverso da noi e quella diversità occorre che diventi una risorsa e non una barriera. Un residence negli anni ’80 doveva contenere delle persone, oggi un residence deve essere un posto in cui creare una vita di comunità. Da qui la domanda: What In What Out? Cosa è incluso nelle mura domestiche e cosa può esser fuori da queste? Cosa siamo disposti a condividere? Cosa vogliamo che la nostra dimensione domestica arrivi a comprendere? WIWO sintetizza in modo ambivalente l’idea di un habitat produttivo, attivo e basato sulle relazioni che in esso si generano. Essere parte di una collettività dinamica è uno dei motivi che spinge le persone a voler vivere in realtà metropolitane, ma quanto è facile inserirsi? Ritagliarsi uno spazio è difficile e richiede tempo ma se l’architettura fornisse la struttura entro cui muoversi per abbreviarne i tempi? L’organizzazione planimetrica di WIWO prevede pertanto la compresenza di ambienti ad uso esclusivamente residenziale, tagli e tipologie differenti per favorire l’insediamento di una grande varietà di utenti, e di altri ad uso collettivo in cui scegliere di passare parte del proprio tempo. Nello specifico trovano spazio appartamenti di taglio S (5Omq), M(70mq), l(100mq), una parte dedicata agli studenti, 4 Atelier e l’ultimo piano destinato al cohousing per un totale di 3.600mq e 137 abitanti; una serie di spazi comuni distribuiti nei vari livelli desinati a playground, aree studio, area multimediale, biblioteca, lavanderie comuni… per un totale di 600mq. A questa distribuzione funzionale corrisponde una operazione compostiva che a partire dal framework esistente si sviluppa tramite l’aggregazione di volumi pieni, a destinazione residenziale, alternati ad ambienti vuoti che si configurano come spazi collettivi. questo sistema di spazi pieni e vuoti è stato pensato anche per rispondere alle esigenze bioclimatiche, ovvero dare vita ad un sistema poroso che favorisca il soleggiamento diretto e la ventilazione naturale degli amibienti. le soluzioni tecnologiche adottate riguardano le prestazioni dell’involucro opaco e trasparente. Il primo realizzato tramite componenti massive che migliorano le qualità di inerzia termica, il secondo, invece, tramite vetrate bassoemissive costituite in parte da dispositivi solari passivi (elemento vetrato con lamelle metalliche che sono in grado di accumulare calore e riscaldare l’aria che le attraversa) e in parte da un sistema di lamelle orientabili che agevolano la ventilazione trasversale. L’applicazione di tali strategie passive permette una riduzione del fabbisogno energetico dell’edificio e della potenza degli impianti per arrivare ad un bilancio nullo tra l’energia necessaria all’edificio e quella prodotta dall’impianto fotovoltaico integrato in copertura, composto da moduli in policristallino opachi e semitrasparenti. Al fine della riduzione dei consumi contribuisce in maniera preponderante anche la gestione differenziata delle acque tramite la separazione delle acque nere, grigie (fitodepurate tramite vasche prossime all’edificio) e meteoriche (accumulate in vasche interreate) e il relativo riutilizzo per ridimensionare l’apporto di acqua da acquedotto ai soli usi potabili. L’abitante inserito in un sistema edificio così pensato avrà un’impronta ecologica ridotta e il suo stile di vita sarà quindi più sostenibile rispetto alla biocapacità della terra anche grazie alla presenza di orti giardino, indoor e outdoor, destinati alla produzione. L’architettura da sola non sarebbe sufficiente, occorre un sistema e un movente ed è per questo che il tutto è stato organizzato come una Smart Community basata sullo sharing. Prestando o mettendo a disposizione oggetti o tempo si genera un risparmio in termini economici e si incentiva l’incontro che parte da una dimensione virtuale (Network WIWO) per poi trovar luogo nello spazio reale. A tutto questo si affianca una gestione condivisa delle utenze per favorire il risparmio e rendere possibile un paragone sui consumi anche in termini economici tra gli utenti. WIWO quindi rappresenta non l’utopia di un palazzo dalle porte aperte ma la reale possibilità che andare a favorire gli scambi tra le persone contribuisca alla formazione di una fiducia complessiva che si autogoverna e regola.


L’approccio con gli scheletri di Bravetta è stato da subito di forte impatto, sia per la particolare impressione che questi suscitano che per una serie di macroquestioni che emblematicamente, una situazione come quella dell’ex Residence di proprietà dei Mezzaroma, si porta dietro. Siamo infatti fin troppo spesso abituati a considerare ormai colate di cemento armato lasciate a se stesse come tipico skyline del paesaggio urbano italiano. Accanto a questa problematica si inserisce quella del tema dell'edilizia sociale, la domanda di fornire alloggi di qualità a fasce di popolazione poco abbienti o ancora in via di ricerca di una stabilità economica che vede il panorama nazionale nettamente indietro rispetto al resto dei paesi europei è la stessa che gli ex abitanti del residence invocavano a gran voce nei momenti di tensione immediatamente successivi allo sgombero degli immobili. Quello che è Bravetta sta anche all’interno delle storie che ormai soltanto i telai raccontano. Storie appunto di sfollamenti, microcriminalità, abusi ed occupazioni edilizie, ma anche storie di comunità e culture diverse, di forti identità e legami sociali. L’occasione che si è presentata è quella di recuperare Bravetta nell’ottica di un atto progettuale controllato dal concetto della sostenibilità. Sliding Planes si è voluto caricare dei significati del passato del residence e volendone diventare portatore e testimone formale, con il tentativo di restituire ai futuri abitanti gli stessi valori di identità e comunità da cui fu abitato in passato. Considerazioni preliminari alla progettazione riguardano la situazione planimetrica dell’oggetto edilizio in esame, che si trova in una situazione sfavorevole all’interno del comparto perché reso per gran parte in ombra durante il periodo invernale. Si è cercato dunque di partire da questa condizione di crisi e di effettuare operazioni sul volume che avessero come obiettivo principale quello della maggiore captazione dell’energia solare possibile, perseguendo parallelamente la necessità di creare all’interno dello spazio dell’edificio degli spazi distributivi sia verticali che orizzontali simili ad un percorso che enfatizzassero le relazioni sociali fra gli abitanti. La zona a Sud diventa dunque uno spazio produttivo, vengono inseriti degli orti su delle piastre, mentre la facciata costituita, in parte, da pannelli fotovoltaici contribuisce alla produzione di energia, regola tramite vetri termo cromici, l’ingresso dell’irradiazione solare diretta nei diversi periodi dell’anno a seconda delle esigenze e gestisce la ventilazione naturale con la possibilità di aperture piano per piano. Fra la zona residenziale e quella della facciata, lo spazio si comporta alla stregua di una serra di accumulo termico in grado di diminuire il ∆T fra le condizioni esterne e quelle di confort interno. Ogni piano residenziale presenta una traslazione orizzontale verso Nord, operazione effettuata per allontanarsi il più possibile dalla zona d’ombra proiettata dai corpi antistanti e aumentare le superfici captanti per il trasferimento del calore all’interno degli appartamenti. A questo proposito, il trattamento delle facciate Sud a contatto con la serra degli appartamenti, è stato studiato cercando di ottenere pacchetti che fossero in grado di trasferire l’irraggiamento con uno sfasamento tale da restituirlo all’interno nelle ore più fredde del periodo invernale. La zona residenziale si struttura secondo tre diverse tipologie di appartamenti diverse nei tagli. Ogni appartamento non presenta però una definizione fissa, questi sono infatti pensati per essere flessibili alle esigenze dei fruitori, il nucleo della cucina e dei servizi è fisso, il resto delle camere ha la possibilità di essere completamente aperto o chiuso, di trasformarsi in un open space totale o in camere da letto separate. Questo garantisce l’importante possibilità di ventilare naturalmente in maniera passiva ogni appartamento aprendolo totalmente allo spazio esterno. Per quanto riguarda le tecnologie costruttive utilizzate, ogni elemento è pensato tale da essere messo in posa assolutamente a secco, con la possibilità dunque di essere smontato e riutilizzato alla fine della vita utile della fabbrica. Le chiusure sia verticali che orizzontali sono realizzati dunque in X-lam con elementi di isolamento e finitura derivati dalla lavorazione del legno, la struttura della facciata Sud in alluminio, gli elementi di comunicazione verticale sono costituiti acciaio e legno. Il basamento risulta arretrato rispetto alla maglia originaria dei pilastri, permettendo così di ottenere a livello formale la percezione di leggerezza del blocco superiore La scelta di lasciare quasi parti della struttura esistente a vista concilia con la volontà di comunicare la storia del residence anche a livello formale. Dal punto di vista prettamente numerico, "sliding planes" rientra nella classe energetica A+, con un investimento di circa 5M di € ripagabile nel giro di circa 22 anni grazie ai risparmi di energia primaria per i consumi rispetto ad un oggetto edilizio standard. L'esperienza di Master ci ha permesso di confrontarci con problematiche che forse fin troppo spesso vengono prese in considerazione dallo stato dell'arte contemporanea in maniera del tutto separata. Il concetto di sostenibilità in architettura ha assunto dentro le nostre coscienze una forma composta da ogni singolo elemento che è stato trattato durante tutto il percorso, partendo da quello analitico fino alla sintesi progettuale vera e propria. Ogni aspetto è diventato così parte l'uno dell'altro, fondendo problematiche sociali, ambientali e prettamente tecniche insieme in un'unica espressione creativa. L'architettura è per la gente, "sliding planes" ha l'obiettivo di essere uno strumento funzionale da fornire agli abitanti, all'interno del quale si enfatizzino le relazioni sociali. Riprendere i concetti delle lavanderie pubbliche ed inserirle in una rete interna all'edificio di smart laundry, idea che vuole riprendere le sensazioni di confidenza e socializzazione tipiche delle lavanderie storiche riportandole nella contemporaneità tramite un mix funzionale e multimediale, è l'operazione concettuale che gestisce le logiche progettuali attuate su tutto il resto del corpo, creando spazi aperti semipubblici nei ballatoi di distribuzione orizzontale e negli elementi delle scale ed allo stesso modo tramite l’inserimento di quinte che scandiscano percorsi pedonali proprio della fabbrica sia al piano terra che al primo livello. Al centro emergono le relazioni sociali, la possibilità di avere uno spazio interno all'edificio che abbia le caratteristiche di uno esterno. Dall'esterno si evincono i flussi, di circolazione, di dialogo, di conoscenza, fra i residenti e l'intero contesto. Particolare attenzione è stata dedicata soprattutto alla scelta dei materiali, il progetto non prevede nessun elemento che non possa essere disassemblabile e riutilizzabile nell'ottica di una vita futura anche delle componenti costruttive alla fine dell'utilizzo della fabbrica. La prospettiva diventa di essere in grado di “dare una mano” al pianeta e alla gente come professionisti e dunque non può che prescindere in maniera assoluta dal divulgare la progettazione sostenibile intesa come disciplina in grado di regolare e guidare tutto il processo creativo. Ne vuole essere dimostrazione “sliding planes”, vestendo i panni di un progetto manifesto in controtendenza verso le demolizioni e ricostruzioni che comportano altro inquinamento ambientale e problemi di smaltimento ormai fondamentali nell'approccio verso l'esistente e sulle possibilità di recupero del patrimonio italiano dismesso. L'architetto contemporaneo è colui che riesce a mettere in pratica questo insieme di filosofie, senza compromessi o patteggiamenti, la cui linea e il suo atteggiamento formale sono perfettamente riconoscibili come azioni atte a preservare ciò che ci resta del Mondo, le nostre relazioni interpersonali fin troppo spesso ridotte a surrogati di rapporti frutto del proliferare dei “trash-social network”, la nostra storia come testimonianza al futuro che siamo riusciti a non distruggere quello che ci circonda, l'architetto contemporaneo è un architetto illuminato, è un architetto sostenibile.
Social Green è immaginare nuove forme di concezione della comunità abitativa e nuovi modi del vivere urbano. L’idea è quella di ripensare il quartiere di via di Bravetta, come luogo di una comunità sociale basata sulla cooperazione tra abitanti. Il primo approccio è stato quello di partire da una logica di organizzazione delle diverse utenze tipiche di un sistema residenziale e ricercare possibili tratti di unione tra le stesse. In quest’ottica il tentativo di aggregare le diverse identità locali è affidato alle aree verdi comuni, e la partecipazione alle attività ad esse connesse è lo strumento del funzionamento della comunità. L’edificio è dotato di : un orto privato ( 12 mq ) per alloggio, nel quale ogni unità abitativa può coltivare prodotti vegetali a scopi di uso personale o come scambio con la comunità; circa 1600 mq di aree verdi esterne, di cui 1000 mq per coltivazione diretta e 200 mq di verde playground ; 120 mq di verde pubblico interno all’edificio, collocato in connessione con il distributivo centrale ; 700 mq di zone interne al piano terra dedicate alle funzioni correlate alle aree verdi. Attorno a questi spazi si configurano diverse attività intese sia come servizi alla collettività, sia come espressione di identità del luogo, considerando i prodotti della terra come prodotti culturali locali (eventi gastronomici, laboratori di didattica come scambio di informazioni, vendita diretta, aree gioco tematiche per bambini). Allo stesso modo, rafforzano il concetto di aggregazione abitativa gli alloggi dei piani dedicati agli studenti (5° e 7°) e quelli dei piani dedicati alle famiglie solidali (4° e 6°) in quanto dotati di spazi condivisi che danno vita a esperienze di cohousing, e le serre situate in facciata e nell’atrio centrale che recuperano, durante la stagione invernale, l’energia termica solare e la restituiscono ai singoli appartamenti diversamente orientati, seguendo una logica di condivisione anche delle strategie passive per il riscaldamento. Lo scopo di Social Green è la ricerca di un progetto architettonico che spinto dal tentativo di reinterpretare le dinamiche urbane, crea i presupposti per fornire nuove forme di vita residenziale.



Residuo scarnificato di un’architettura degli anni Ottanta, con un passato che ci ricorda un disagio sociale, del complesso resta solo lo scheletro strutturale. Un’immagine forte che si scontra con il paesaggio circostante, residenziale e naturale. Da qui la voglia di riportarlo in facciata questo intorno, attraverso un gioco di riflessi e fusioni.L’edificio viene ricoperto, pertanto, di una pelle composta da pannelli che sono un’alternanza di celle fotovoltaiche e tasselli specchianti che, combinati tra loro, producono un effetto pixellato del contesto riflesso. Questo effetto è solo il tessuto esterno di una doppia pelle ventilata, involucro bioclimatico.Attraverso un sistema di geoscambio l‘aria esterna, captata da prese d’aria incluse a pale eoliche ad asse verticale, viene portata negli ambienti interni e poi rigettata nella doppia pelle che funge da estrattore. L’aria immessa negli ambienti interni, grazie al geoscambio, si trova ad una temperatura stabile e mite che partecipa al raffrescamento estivo e riscaldamento invernale.All’interno, ogni alloggio può godere del doppio affaccio attraverso un sistema di abitazioni che copre l’intera larghezza dell’edificio e che, per garantire un maggiore apporto di luce naturale, si sviluppa in doppia altezza. Inoltre, sparsi per tutti i piani dell’edificio ci sono dei giardini indoor a doppia altezza che diventano luoghi di ritrovo per gli abitanti. Questo sistema di alloggi garantisce un numero di abitanti pari a 120. Sono previsti, inoltre, 250 mq di servizi al piano terra divisi tra asilo nido, ritrovo per anziani e sala condominio. I 650 mq di copertura son divisi tra orti e playground.La planimetria esterna dell’edificio è caratterizzata da un anello di pale eoliche che lo circonda.Le pale eoliche, oltre ad essere le prese d’aria per il sistema di geoscambio, sono dei veri e propri connettori sociali. Infatti, a parte le loro funzioni tecniche di produzione di energia, raffrescamento, illuminazione e ombreggiamento, sono dispositivi che connettono e informano. Connettono perché dotati di rete wi-fi e perché, attraverso un sistema di bikesharing, collegano il comparto con i punti di maggiore interesse della zona (Villa Pamphili e Casaletto, capolinea del tram 8 che porta al centro). Informano perché dotati di schermi e sistemi che danno informazioni sul sistema di bike-sharing e sui punti di interesse. Il progetto di riqualificazione dell’ edificio integra diversi dispositivi che insieme collaborano e forniscono una risposta alla domanda di un habitat produttivo secondo la logica di un’architettura sostenibile.



Il significato del termine recupero assume, negli scenari odierni, molteplici valenze ed attribuisce un inconfondibile merito agli interventi che abbiano come primo obiettivo la riqualificazione ed il riuso del patrimonio edilizio esistente, con tutte le conseguenze sociali, culturali ed ambientali che questo comporta. Il progetto "facciAfaccia" prende forma a partire dall'analisi di tali questioni, focalizzando la propria ricerca sulla realtà dell'ex-Residence Roma e declinandola in funzione della complessità delle vicende che lo hanno riguardato. A partire da uno scenario dal passato ben definito ma caratterizzato da un incerto futuro, il progetto muove i suoi primi passi ponendosi dei precisi interrogativi: perché recuperare? Quali risorse impiegare o preservare? Quale utenza e quali necessità soddisfare? Quale futuro, prossimo o remoto? Dall'intreccio delle problematiche così sollevate si delineano i principali obiettivi progettuali, aventi come chiave di volta le più diverse declinazioni del tema della sostenibilità. Comunità, Ecologia e Flessibilità diventano le parole chiave di un progetto pensato per un "indeterminato" profilo di utenza, al quale possa essere presentato un diverso modo di abitare comune, modificabile ed adattabile alle esigenze nel tempo e riconoscibile per la sua peculiarità di autosufficienza energetica. Con una minima modifica della struttura esistente, si propone quindi un nuovo grado zero dell'edificio, caratterizzato dalla sola predisposizione anulare di una parete-intercapedine. L'utilizzo di materiali pre-assemblati o assemblabili a secco in cantiere e quindi quasi interamente riutilizzabili in caso di dismissione, consentirà la trasformazione dell'intero fabbricato al variare degli scenari e degli usi futuri. La sistemazione della parete-intercapedine agevola una funzionale disposizione interna degli appartamenti, nei quali è raggiunta una quasi totale libertà degli spazi: cucine, servizi, corridoi e disimpegni si organizzano in fascia attorno al distributivo centrale. Un sistema di partizioni mobili, con guida a soffitto ed impacchettabili lungo le pareti, offre innumerevoli combinazioni nella gestione degli ambienti, variabili in numero e dimensioni. La collaborazione tra logica distributiva e dispositivi mobili consente dunque la conformazione di vari tipi abitativi: casa, casa studio, ufficio, atelier, differenziati nei diversi tagli e modificabili anch'essi a seconda delle specifiche esigenze dell'utenza. Simili flessibilità e possibilità di personalizzazione si raggiungono inoltre nell’involucro, costituito da pannelli opachi e vetrati di differenti colorazioni, agevolmente smontabili e sostituibili. Luogo dell'abitare, ma anche della condivisione di attività e risorse, "facciAfaccia" inserisce nel cuore dell'edificio due differenti tipi di servizi, situati in posizione baricentrica rispetto agli alloggi. Orti comuni e ciclolavanderie diventano il luogo dell'incontro e della cooperazione dei residenti, costituendo risorse di produzione alimentare ed energetica. Gestiti attraverso software di controllo condominiale ed alimentati da un impianto di fitodepurazione e di recupero delle acque piovane, sono pensati per svolgere l'importante ruolo di sensibilizzare gli abitanti ai temi della sostenibilità e del risparmio economico ed alla relazione che lega questi al benessere abitativo. Infatti, l’organismo edificio vive anche attraverso la collaborazione di sistemi energetici attivi e passivi perfettamente integrati. In corrispondenza dei tagli centrali effettuati nello scheletro, l'inserimento di un atrio bioclimatico costituisce il fulcro del cuore passivo: il suo funzionamento, che consente accumulo di calore in inverno e favorisce la ventilazione trasversale ed ascensionale in estate, contribuisce al mantenimento di un regime di temperature controllato durante tutto l'anno. La "respirazione" di alloggi e spazi comuni è regolata da un sistema di canalizzazioni interrate successivamente convogliate all'interno della parete-intercapedine ed in condotte posizionate nei plenum orizzontali ricavati al di sopra dei locali di servizio. Il percorso dei canali consente all'aria di scambiare calore con il suolo, immettendosi negli appartamenti a temperature più confortevoli di quelle esterne, in estate come in inverno. Il sistema di climatizzazione a pannelli radianti a soffitto, alimentato da pompa di calore e da un circuito di geoscambio, sfrutta il passaggio dell'aria in immissione per il recupero delle parziali perdite di calore verso l'alto. Il plenum anulare presente su ogni piano consente inoltre, attraverso alcuni bracci che sfociano verso l'esterno, l'attraversamento orizzontale dell'aria ed il conseguente raffrescamento strutturale estivo. Ulteriori dispositivi per la produzione pulita di energia sono rappresentati dal solare termico e dal fotovoltaico. Il primo dei due è posizionato in copertura, sulla sommità dei vani scala; il secondo è distribuito lungo tutto l’involucro: in copertura, sulla superficie vetrata dell’atrio ed in corrispondenza delle schermature dei terrazzi, per mezzo di un sistema captante a film sottile. Ogni elemento precedentemente descritto raggiunge il suo perfetto funzionamento distributivo, energetico o funzionale all’interno dell’intero sistema. Coniugando benessere umano e benessere ambientale, il progetto “facciAfaccia” propone dunque un modello insediativo innovativo e consapevole, capace di una bassa impronta ecologica, senza dimenticare il valore della qualità architettonica.



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Re(f)use
Silvia Campagnolo - Giusy Corbo - Claudia Leone


Re(f)use_ Riutilizzare i rifiuti. Questo concetto, sintetizzato all’interno di una singola parola, è alla base dell’idea progettuale che ha come oggetto l’intervento di riuso di uno dei telai all’interno del comparto dell’ex Residence Bravetta. L’approccio al progetto parte dalla volontà di riutilizzare una struttura data, mantenendo l’involucro esterno quanto più compatto possibile mentre all’interno viene effettuato uno svuotamento della parte centrale, in cui trova collocazione l’atrio bioclimatico: spazio destinato ad uso connettivo e collettivo, al sistema impiantistico dei tubi ed al comportamento energetico passivo. Durante le diverse stagioni, attraverso l’atrio, viene infatti garantito un migliore grado di confort: in inverno, grazie alla sua compartimentazione superiore, l’atrio funge da spazio cuscinetto per mitigare la differenza di temperatura tra l’esterno e quella interna agli alloggi; d’estate, invece, attraverso un sistema di aperture, collocate frontalmente ad una estremità inferiore ed una superiore, si genera un raffrescamento interno dovuto al passaggio dell’aria estratta per effetto camino. Nell’ottica d’immaginare nuove forme della comunità abitativa e nuovi modi del vivere urbano, Re(f)use è stato pensato come una comunità sociale basata sulla collaborazione dei suoi 127 abitanti; da qui l’idea di organizzare in ogni piano diverse utenze, tipiche di un sistema residenziale, cercando di trovare possibili tratti d’unione tra le stesse. Dal basso verso l’alto, si sviluppano: piano primo co-working (un piano in cui condividere uno spazio lavorativo tra due alloggi); piano secondo e quarto small size (piani destinati ad alloggi di piccolo taglio 40-55 mq); piano terzo costudying (un piano dedicato ad alloggi per studenti in cui condividere gli ambienti giorno); piano quinto e piano sesto medium size (piani destinati ad alloggi di medio taglio 55-65 mq); piano settimo large size (un piano destinato ad alloggi di grande taglio 75-85 mq). Re(f)use non è solo un luogo fisico, ma anche una spazio virtuale, il cui principale obiettivo è ridare vita, attraverso il recupero ed il riuso, a tutto ciò che comunemente viene definito “rifiuto”. Per perseguire tale intento, lo stesso edificio viene pensato come una comunità da sensibilizzare all’insegna del riciclo: Re(f)use è dotato di un sistema di tubi a vista, che convogliano i rifiuti differenziati, parte dei quali vengono gestiti e trattati all’interno dei Laboratori del Riciclo, spazi di aggregazione e condivisione, destinati all’informazione, alla realizzazzione ed alla gestione dei rifiuti recuperati. La stessa partecipazione alle attività connesse ai Laboratori è lo strumento del funzionamento dell’intera comunità. L’edificio è pensato come una macchina che funziona alimentantandosi passivamente di tutte le risorse rinnovabili che può sfruttare: dal recupero dell’acqua piovana per l’irrigazione, alla captazione solare per il fotovoltaico, allo sfruttamento della stabilità termica del terreno per il pre-trattamento dell’aria, fino alle sue parti strutturali, risultato di materiali provenienti da altri diventati “rifiuto”. Re(f)use è la ricerca di un progetto architettonico che spinto dal tentativo di reinterpretare le dinamiche del comune vivere urbano vuole creare i presupposti per fornire nuove forme di condivisione residenziale. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si ricicla.



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Agorà
Silvana Ladogana - Paola Rizzo - Chiara Marzia Voicu


Residence Bravetta: separato dal tessuto urbano da una strada a media percorrenza, da recinti, da parcheggi degradati, ma soprattutto dai ricordi violenti e dalla paura cui è legata la sua storia. Agorà si propone di riportare i cittadini a vivere il Residence, non solo come abitazione ma come centro di una nuova cultura di sostenibilità ambientale, economica e sociale, prevedendo al suo interno un luogo di incontro ed aggregazione fondato su una didattica partecipata. L’atrio diventa il fulcro del progetto: uno spazio che vuole avere le caratteristiche di un'antica agorà, un luogo dove un tempo i cittadini si riunivano per discutere i problemi della collettività e contemporaneamente un luogo di scambio e di attività economiche. Partendo dall'analisi del territorio è emersa una totale assenza di spazi aggregativi; il nostro progetto vuole essere quindi strumento di aggregazione degli abitanti e dei residenti attraverso la partecipazione ad attività comuni, istituendo un'ecoteca con aree verdi per orti didattici, laboratori pratici, eventi gastronomici, spazi interni ed esterni, una foresteria per workshop legati al territorio e alla Valle dei Casali. Luogo di eventi speciali e di quotidianità per i residenti, che lì, come una volta possono incontrarsi ed aiutarsi, condividendo compiti, oneri e piaceri, verso un modello di vita sociale più sostenibile. Il progetto fonda inoltre le sue soluzioni architettoniche su scelte di sostenibilità ambientale con costi contenuti, che permettono di ottenere un edificio che si attesta in classe energetica A, con consumi pari a 16,45 KWh/mq a ed un costo di circa 920 euro/mq. Le strategie si sintetizzano in massimizzazione degli apporti solari gratuiti invernali, con controllo delle dispersioni sia attraverso la qualità dell'involucro che attraverso la gestione dei ricambi d'aria, e presenza di masse inerziali per il trattenimento del calore; massimizzazione dell'ombreggiamento nel periodo estivo, al fine di evitare il surriscaldamento degli ambienti, abbinata a ventilazione naturale nelle ore notturne; controllo delle temperature e del possibile effetto serra nelle stagioni intermedie, attraverso l'uso di schermature verticali scorrevoli, di tende, e di aperture per la ventilazione trasversale diurna. Agorà regola quindi il suo funzionamento adattandosi alle condizioni climatiche esterne, poiché oggi un edificio è sostenibile, se vive come un organismo vivente, adattandosi al contesto ed accogliendo in sé attività, che contribuiscono alla sua stessa vita, Agorà entra a sistema con l'ambiente controllando anche i propri consumi idrici ed elettrici, la produzione di cibo ed il proprio impatto sul territorio, attraverso soluzioni tecnologiche di riduzione dei consumi ed impiego di sistemi di produzione di energia da fonti rinnovabili, per acqua calda sanitaria, elettricità e condizionamento dell'aria. I materiali scelti considerano anche il LCA proprio e dell'edificio nella sua interezza, a partire dalla fase di produzione fino a quella di fine vita. Il sistema costruttivo principale di tamponatura è basato su blocchi alveolari ad alta prestazione caratterizzati da un montaggio rapido, ed intonaci e finiture a calce, a ripresa della tradizione romana. I pavimenti sono in cemento nelle abitazioni ed in argilla negli spazi comuni, entrambi trattati a cera, gli schermi scorrevoli esterni sono in legno e bambù, materiali poveri e leggeri, da materie rinnovabili e compostabili e riutilizzabili a fine vita. L'edificio riduce l'impatto al suolo dei suoi abitanti, con una impronta ecologica di 2,9 Gha, e prevede al suo interno meccanismi di gestione e produzione e di attività lavorative, al fine di incentivare l'ulteriore riduzione del consumo di territorio, possibile attraverso scelte quotidiane di cambiamento e consapevolezza. Riducendo gli spazi distributivi e ottimizzando quello degli alloggi, Agorà riesce a ospitare al suo interno 48 appartamenti, con predominanza di alloggi doppio affaccio, 3.480 mq di residenziale e 445 mq di uffici facilmente convertibili in appartamenti. Le tipologie abitative si differenziano con soluzioni simplex e duplex, di dimensioni tra i 45mq ed i 100 mq, rispecchiando nelle proporzioni, le esigenze della popolazione residente nell'area, in base alla analisi demografiche e sociali raccolte. Il progetto quindi preserva gli interessi di un possibile investitore, massimizzando quantità e valore delle residenze, attribuendo loro un valore aggiunto per la presenza di un atrio e un piano terra per le attività didattiche e gli spazi condivisi, fonti di reddito per i residenti e per la cooperativa di gestione dell’organismo Agorà.


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BravettA+
Alessia Buda - Adelaide Moretti


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Cavity in Light
Marianna Tesse


Intervenire all'interno dell'ex Residence Bravetta, tristemente noto per la sua storia di emarginazione sociale, acquista valore nel momento in cui risulta possibile mettere a sistema il “vivere la comunità” con “il vivere sostenibile”. Alla luce di ciò, il progetto SocialFit intende superare l'attuale visione dell'uomo, introverso e scardinato dalla vita comunitaria, inserendolo all'interno di una rete sociale in cui l'individuo possa ritrovare il proprio ruolo dimenticato. Un'opportunità che che viene spontaneamente offerta a Roma dall'esistenza di una fitta rete di orti urbani che coinvolgono più o meno indirettamente un'ingente quantità di individui accomunati da interessi e stili di vita comuni. SocialFit integra perciò la funzione sociale alla destinazione d’uso residenziale, sia attraverso la progressione fluida di spazi, che accompagna ciascun residente dal proprio ambito strettamente privato alla condivisione di ambiti di relazione, sia per mezzo di una strutturata attività agricola indoor e di prossimità, che fa del edificio il centro nevralgico della rete urbana di orti sociali, nonché manifesto di una comunità i cui punti di forza sono rappresentati dalla sostenibilità energetica e dall'autoproduzione agricola. Lo spazio della comunità si delinea quindi come prolungamento dell’ambito privato: la soglia di casa diventa un filtro quasi impercettibile tra la sfera più intima e il luogo in cui la comunità si sviluppa e condivide, diventando consapevolmente sostenibile. La vita di relazione ruota attorno al cuore pulsante dell’edificio: una serra produttiva incastonata nella struttura, ne svota il volume, riempiendolo però di nuovi significati e potenziali possibilità, configurandosi come nodo di connessione tra la comunità interna dei residenti e quella più ampia, esterna, legata alla prima grazie al rinnovato rapporto con la terra. L’esperienza dell’orto idroponico diventa perciò momento di cooperazione ed educazione per soggetti singoli, associazioni, scuole, che vengono accolti all’interno degli ampi spazi condivisi, dove trovano luogo ambiti di lettura e studio, sale relax, laboratori didattici, aree gioco per bambini, sale proiezioni. Gli spazi di relazione interni diventano pretesto per denunciare sistemi tecnologici sostenibili, che si interfacciano con l’esterno attraverso un’articolata pelle di rivestimento, progettata non solo prestando attenzione all'energia grigia incorporata dai singoli materiali, ma anche attribuendo comportamenti energetico diverso in rapporto all'esposizione. Tale rivestimento tecnologico svela l’edificio verso sud, verso la Valle dei Casali: superfici trasparenti e aggettanti captano in modo diverso la radiazione solare, in base alla funzione retrostante. Ecco che quindi, afferenti le residenze, si riconoscono logge private la cui dimensione d’aggetto permette di ombreggiare i locali interni durante l’estate e di ottimizzare gli apporti solari nel corso dell’inverno. Gli spazi di relazione si rendono inoltre riconoscibili all’esterno attraverso il volume della buffer-zone e della serra produttiva idroponica, le cui inclinazioni si giustificano come opportuno compromesso tra il comportamento che le stesse assumono nel periodo invernale e in quello estivo. Gli spazi trasparenti culminano in copertura ripiegandosi e ospitando l’impianto fotovoltaico, rivelando l'intenzione del progetto di puntare, assieme alla geotermia, alla copertura totale del fabbisogno energetico. Il sistema edificio-impianto-comparto così strutturato porta l’intero complesso a produrre un surplus di energia che viene immesso direttamente in rete, comportando così lo strutturarsi del comparto in termini smart.

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Brave Tech
Lorenza Coviello - Laura Guardelli - Daniele Maria Ingrosso


Il progetto Brave-Tech vuole evidenziare l’importante ruolo svolto dalla tecnologia nella risoluzione dell’interazione tra città e campagna. Le tecnologie, infatti, sono intese come strumenti in grado di trasformare la forza della natura in energia per l’uomo e, allo stesso tempo, di mitigare l’impatto della vita dell’uomo sull’ambiente. Questa simmetrica funzione delle tecnologie, a nostro avviso, rende meno difficoltoso il connubio tra l’ambiente antropico e l’ambiente naturale. Per tale ragione si vuole assegnare maggiore visibilità alla parte tecnologica dell’edificio, che nella prassi viene tipicamente “nascosta” perché considerata elemento esteticamente non integrabile. Questo aspetto è tradotto sull’edificio in una voluta manifestazione delle tecnologie. Tale denuncia formale è evidente in particolare sulle facciate nord e sud e sulla copertura. A ridosso della facciata nord vengono posizionati cinque setti-cavedio esterni, che percorrono verticalmente l’edificio distribuendo gli impianti dal primo al settimo piano. Tali setti-cavedio sono visibili da grande distanza e vogliono identificare fortemente l’edificio, rendendolo segnale urbano. Di fronte alla facciata sud, invece, si snoda l’intero distributivo orizzontale e verticale. Su di esso viene ricreata una sorta di piazza verticale e vengono convogliate le occasioni di incontro e socializzazione tramite il posizionamento di zone relax, sale studio, orti condivisi e playground. Il distributivo così immaginato è volutamente posizionato all’esterno, verso la piazza antistante, per rendere visibili all’intero comparto le attività che vi si svolgono, al fine di stimolarne la frequentazione. Sulla copertura, rialzati di 3 metri rispetto al piano di calpestio, sono posizionati gli impianti solare termico e fotovoltaico. Tali impianti hanno estensione maggiore rispetto alla pianta e, sporgendo rispetto al perimetro dell’edificio, sono visibili dal piano terra. In particolare a sud, l’impianto aggetta fino a sovrastare l’intero distributivo, rendendolo dunque visibile dai percorsi dei ballatoi. Le tecnologie a supporto della vita nell’edificio vengono in tal modo portate all’esterno e rese volutamente visibili al fine di evidenziarne l’importante ruolo.

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BaSaMi
Ascanio Cucci - Rossana Gangale - Valentina Nullo


Rapportarci con uno scenario come quello dell'ex Residence Roma in via di Bravetta ci ha spinto a cercare il modo e la ragione per rendere una porzione della città, un tempo oggetto di disagio sociale, un volano per un'architettura rivolta non solo alla qualità dell'abitare ma anche alla sensibilizzazione alle tematiche di Sostenibilità Ambientale. Il nostro edificio si colloca nella posizione più addentrata del comparto, a Sud Est, e ci è apparso da subito, prima ancora dell'assegnazione delle funzioni da masterplan, il luogo più opportuno per collocarvi punti di sosta e servizi strettamente connessi alla Valle dei Casali. Mentre, inoltre, gli edifici più a contatto con la città si prestavano ad attività rivolte a giovani e famiglie, l'edificio BaSaMi appare come un'isola felice per tutti coloro che nel quartiere lamentano l'assenza di infrastrutture dedicate agli anziani. L'idea delle residenze collettive per questa fascia d’età nasce per soddisfare, in una maniera che sta prendendo sempre più piede nel mondo delle smart community, le esigenze non solo di questa fetta della popolazione ma anche di coloro che con essa vogliano correlarsi. Le linee progettuali a definizione degli intenti perseguibili e perseguiti nel nostro progetto: Benessere Autonomia energetica Socializzazione Appartenenza alla comunità Metamorfosi biologica Integrazione con il contesto Benessere nel raggiungimento degli standard di comfort termoigrometrico all'interno degli alloggi, garantito da una volumetria compatta derivata dalla scomposizione e ricomposizione di volumi che hanno portato alla definizione della nostra forma architettonica. Autonomia energetica nella direzione della scelta di tecnologie (e in particolare di tecnologie passive) che assicurino prestazioni elevate dell'edificio. Socializzazione garantita dalla predisposizione di spazi comuni che diventano pretesto per l'incontro e la condivisione. Appartenenza alla comunità mediante l'inserimento di un centro diurno per anziani. Metamorfosi biologica relativa alla presenza di orti pensili e colture in cassone. Integrazione con il contesto attraverso un piano terra permeabile che tiene salda l’idea di continuità con il comparto e la Valle. Tali principi ci hanno accompagnato nella definizione di tutte le componenti del progetto esplicitando una linea di pensiero che con chiarezza e logicità ci ha portati ad un complesso sistema organico, un edificio che individua nel suo essere vivo l'evidente appartenenza alla Natura e alla città, l'evidente adesione all'universo dei Terzi Paesaggi.

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Metamorfosi
Maurizio Bastianelli - Fabrizio Petrucci - Marialuisa Vario


L’abitare torna oggi al centro della ricerca in campo architettonico e urbanistico come questione collettiva, non più questione individuale o familiare. Tanto meno estensiva, esito di una domanda sociale che ha la forza di rivendicare un diritto e un progetto collettivo: nell’immaginario progettuale contemporaneo l’abitare torna come condizione che si esprime entro una condivisione di pratiche, funzioni, valori che prende corpo e forma entro aggregazioni parziali. Modelli eterogenei dove ciò che pesa e rinnova l’attenzione del progetto è ciò che al loro interno accomuna, determina adesioni, consente il riconoscimento e la spartizione. E’ necessario trovare forme nuove e diverse di comunione e partecipazione, più protette, più solide, da ricreare pazientemente in una condivisione di valori, linguaggi, culture: cosa c’è di meglio di trovare conforto e sostegno in vicinanza di qualcuno? Marcare una distinzione in compagnia, in una parola riscoprire la comunità. L’area di progetto è caratterizzata dalla presenza di ampie zone di verde, come la riserva dei casali (a sud del comparto) e una zona più a nord densamente urbanizzata, e costituisce una sorta di filtro dei due sistemi. Dopo una iniziale fase di studio ed analisi del contesto urbanistico su cui sorgono le ormai logore membra strutturali dell’ex residence Roma, è stato elaborato un masterplan di massima che valorizzasse le due anime del comparto (una legata alle origini agricole del sito e alla sua appartenenza all’agro romano, e una invece più legata al contesto urbanizzato) e che contemporaneamente fosse in grado di fornire tutta una serie di servizi di cui il quartiere è al momento privo. Il comparto è una commistione tra pubblico e privato, la sua accessibilità è garantita da un piano terra poroso che favorisce la sua attraversabilità da nord a sud. In questo modo i due sistemi penetrano nel comparto fondendosi, disegnando aree ibride caratterizzate dalla presenza di servizi per gli abitanti e ampie zone verdi dove sostare, incontrarsi, condividere, socializzare, costituire la comunità. Lo stesso spirito ha poi trovato applicazione nella progettazione dell’edificio, la cui volontà progettuale è in primis quella di favorire la condivisione e di modificare vecchie concezioni e abitudini sull’abitare, dotando l’edificio di zone comuni e aree dedicate alla socializzazione. Il progetto si concentra su questi temi, l’abitare moderno che punta a migliorarne la qualità ma richiede una maggiore responsabilità sociale, il recupero del grande edificio per alloggi, così come quello dell’innovazione tecnologica e della riqualificazione energetica, della riduzione dei consumi energetici e del fabbisogno di risorse (gestire le risorse naturali), attraverso la produzione in loco delle stesse e il riciclo (autoproduzione). Quattro le linee guida applicate per ottenere dall’ impalcato strutturale un’architettura sostenibile: 1. Nuovo modo di ABITARE 2. GESTIRE LE RISORSE NATURALI (risparmio energetico) 3. Favorire l’AUTOPRODUZIONE (alimentare ed energetica) 4. Costruire la COMUNITA’ Il corpo di fabbrica è rettangolare, largo 38.60m, profondo 18.90m, e alto 19.97 m (sette piani più la copertura) ed è costituito da due telai, quello perimetrale con 11 pilastri di sezione 0,75m*0,20m distanziati di circa 3 m, e quello interno con 8 pilastri di sezione 0,70m*0,25m distanziati di circa 4 m, a formare quattro campate in profondità e 10 sul lato lungo. Le travi sono a spessore (sezione 0,2m * 0,6m) e sono ordite solo longitudinalmente. Sono presenti anche balconi ad “L” disposti lungo i lati lunghi e per metà sui lati corti. Rispetto a questo impianto il progetto prevede la rimozione dei balconi (ormai usurati) e della campata centrale, per favorire l’illuminazione e la ventilazione naturale del fabbricato. Si è poi operata una divisione funzionale degli spazi (campate N e S con funzione residenziale, quella E dedicata ai servizi collettivi e quella O agli orti comuni) Nella parte centrale del volume svuotato viene localizzato il vano distributivo a ballatoio, perno e fulcro del progetto, luogo dinamico dei flussi e del movimento, attorno a cui vengono aggregati i nuovi volumi funzionali. All’intersezione tra il vano distributivo e i volumi laterali est ed ovest sono invece localizzate aree dedicate alla sosta e all’incontro sociale. Il volume est è dedicato ai servizi comuni, come le aree living e le lavanderie poste nei piani di cohousing, aree gioco per i bimbi, emeroteche ed aree lettura; nel volume ovest sono collocati gli orti. Questi sono sia in vaso (affaccio sud) che idroponici (pratica colturale nella quale le piante vengono svincolate dal suolo, tramite coltivazione in substrati all’interno di contenitori, e irrigate con una soluzione nutritiva, costituita da acqua e nutrienti minerali. In un ambiente perfettamente controllato e totalmente sterile, incontaminato da sporcizia, insetti o da aria fredda, ogni parte della pianta è sotto controllo come l’ambiente circostante, dall’illuminazione alla temperatura, così l’umidità e l’acqua) con affaccio a nord. L’edificio si trova in una posizione di assoluto rilievo rispetto ai punti di accessibilità del comparto. In un certo senso rappresenta il primo elemento di comunicazione, il primo impatto con i fruitori dell’area. Il verde in questo caso ha un ruolo preciso: deve comunicare con forza e immediatezza le intenzioni dell’intervento di recupero, e al contempo deve attrarre e stimolare la curiosità dei passanti. Una grande apertura vetrata mostra ciò che avviene negli orti e l’elemento verde dichiara la sua funzione produttiva, di attrattore delle dinamiche sociali nonché la sua valenza estetica. Del resto la funzione del comparto è per la gran parte pubblica, e tra le intenzioni del progetto c’è quella di trasformare il modus vivendi delle persone all’interno del proprio modulo abitativo, e di incentivare i rapporti sociali, spingendo a condividere alcune attività che nella pratica quotidiana vengono svolte privatamente. Il verde assume quindi una accezione diversa, comunicativa, dirompente, attrattiva, di richiamo. Gli orti hanno anche un intento produttivo, che si esprime attraverso la creazione di un sistema chiuso localizzato, che incentivi la produzione locale a tre livelli: un livello più ampio interquartiere già esistente (la cooperativa agricola della valle dei casali e gli orti comunali in via della consolata), un livello intermedio di comparto, sino al dettaglio dei singoli appartamenti. La produzione deve essere poi legata ad un sistema di riciclo e di rigenerazione delle risorse, eliminando così gli scarti. Nei volumi nord e sud sono collocate le residenze, disegnate diversamente secondo una logica di rapporti con l’ambiente esterno, sia di tipo paesaggistico che di scambi termici. A sud, nella facciata privata dei balconi, sono appesi dei volumi serra, sovrapposti alle campate strutturali, e accostate tra di loro per renderle collaboranti. Gli alloggi sono poi definiti come aggregazione di campate intorno alle serre, che analogamente al vano distributivo per le piante, costituiscono il fulcro per la definizione degli spazi in alzato. Ne derivano quattro tagli di alloggio, il monolocale da 28mq, il simplex da 56mq (due campate accostate orizzontalmente), il simplex da 84mq (campata serra al centro e accostamento laterale di altre due campate), e il duplex da 56mq, ottenuto per aggregazione verticale di due campate. Le serre sono di due tipi: serre captanti che sfruttano la radiazione solare per equilibrare gli apporti energetici all’interno dell’appartamento, disposte nei piani alti, che ricevono una elevata quantità di irraggiamento durante tutto l’anno, e serre buffer, delle zone filtro meno irraggiate, ma in grado di mitigare la temperatura esterna e contenere le dispersioni termiche. Il progetto ridefinisce in questo modo la configurazione degli alloggi distribuendo gli ambienti secondo una logica di ottimizzazione e ridimensionamento degli spazi in relazione al naturale apporto solare e alla maggiore vivibilità interna. Inoltre l’ampliamento dello spazio di pertinenza dell’abitazione mediante logge protette vuole anche dare nuova interpretazione al concetto di paesaggio con valore sociale e la massimizzazione delle risorse per la qualità dell’abitare. A nord, gli appartamenti presentano un taglio modulare da due o tre campate. Qui la facciata presenta aperture vetrate ridotte per limitare gli scambi termici con l’esterno, e gli alloggi sono poco profondi per consentire una adeguata illuminazione naturale (fattore di luce diurna >2). L’involucro è costituito da pannelli prefabbricati X-LAM, selezionati a seguito di analisi di sensibilità relative alla trasmittanza termica e seguendo criteri di LCA (life cicle assessment) e disposti secondo una disposizione modulare identica a quella utilizzata nella facciata sud. Per quanto riguarda l’autoproduzione energetica, il progetto si da due obiettivi. Uno funzionale, legato alla produzione di energia da risorse naturali e rinnovabili, l’altro più concettuale, vuole educare e abituare le persone all’utilizzo e alla fruizione anche formale della tecnologia fotovoltaica. Si intende darne una immagine diversa, non come mero impianto tecnologico ma come vero e proprio elemento costitutivo dell’architettura, con la sua valenza formale e anche linguistica. Il progetto si articola in due ambiti: la copertura e la facciata sud. La copertura è caratterizzata, come tutto l'edificio, da un vuoto centrale coperto da un lucernario vetrato che illumina il corpo scala ed il distributivo a ballatoio. Il lucernario è costituito da moduli fotovoltaici vetro-vetro con film sottile trasparente per avere una luce uniforme all'interno. La restante parte della copertura è contraddistinta dalla presenza di tre diversi elementi: l'acqua, il verde ed il fotovoltaico, che formano un "paesaggio" naturale ed artificiale allo stesso tempo, dove gli abitanti dell'edificio possono incontrarsi e stare insieme all'aperto. I moduli fotovoltaici sono disposti a terra sia per essere in continuità con gli altri elementi sia per essere ben visibili dagli abitanti, ed hanno inclinazioni diverse per proporre un'immagine anche formale ed emozionale : come l’architettura è, secondo Le Corbusier, “il gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi raggruppati sotto la luce”, che suscita emozioni differenti in base all’esito di questo gioco, anche un elemento costituente come il fotovoltaico segue lo stesso principio. La facciata sud è invece scandita da elementi di captazione solare, le serre, ed elementi di schermatura, i pannelli scorrevoli ed anche il fotovoltaico gioca questo duplice ruolo. I due volumi laterali, gli orti interni ad ovest e le aree comuni ad est, hanno entrambi una serra che è chiusa esternamente da moduli fotovoltaici vetro-vetro in film sottile trasparente di due diverse dimensioni che costituiscono una maglia regolare rispetto ai solai esistenti, lasciando penetrare parte della radiazione solare e garantendo una luce uniforme all'interno. Nella parte centrale, invece, dove ci sono le residenze, abbiamo utilizzato il fotovoltaico come elemento schermante, integrato nelle lamelle fisse dei frangisole, utilizzando celle in silicio policristallino di colore grigio per avere una uniformità di colore rispetto al telaio dei pannelli ed ai montanti della facciata continua vetrata. L'edificio complessivamente produce 75,21 MWh di energia elettrica all'anno pari a circa il 54% dei consumi domestici (1.143 kWh anno per abitante). L’architettura diventa una macchina complessa, che cerca di limitare l’utilizzo sconsiderato e sproporzionato delle risorse naturali, dialoga con l’ambiente e il paesaggio di cui è parte integrante, fa un uso massiccio di nuove tecnologie e materiali innovativi, propone nuovi modi di abitare, garantendo la protezione del privato e una vitale apertura verso la socializzazione, vuole essere una trasformazione profonda, metamorfosi dell’organismo edilizio da oggetto onnivoro e consumatore di risorse ad architettura sostenibile in armonia con l’ambiente di cui è elemento collaborante.

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Masterplan Bravetta
Maurizio Bastianelli - Lorenza Coviello - Ascanio Cucci - Rossana Gangale - Laura Guardelli - Daniele Maria Ingrosso - Alessandra Lepore - Nina Mazzarella - Lina Monaco - Valentina Nullo - Fabrizio Petrucci - Marialuisa Vario