Il tema progettuale proposto prevede il recupero architettonico, energetico e funzionale del complesso di edifici dell'ex Residence Roma, in via di Bravetta 451. Attualmente il complesso, costituito da cinque edifici di sette piani fuori terra, giace in stato di abbandono, scarnificato al solo telaio strutturale.
Le vicende che hanno portato a tale situazione affondano le radici nella complessità di scelte politiche e iniziative private che hanno caratterizzato la Capitale negli ultimi trenta anni, mantenendo sullo sfondo il tema dell'emergenza abitativa, allora in termini di assistenza alloggiativa, oggi nei termini di un Social Housing sostenibile.
Il Roma Residence ha una lunga e complessa storia alle spalle. Costruito nel quartiere di Bravetta tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, viene dichiarato abitabile nel 1982. In quel periodo la città di Roma vive la drammatica situazione dell'emergenza abitativa che si protrae almeno dagli anni '60, così nel 1983 il Residence entra a far parte delle strategie del Comune come immobile da destinare al problema della casa.
Le prime famiglie vengono trasferite negli edifici di via Bravetta. Il complesso edilizio, nuovo e ben curato, è formato da sei fabbricati. Il primo è destinato ad essere un centro commerciale; il secondo, la palazzina A, è costituito da sei piani ad uso residence; gli altri, le palazzine B, C, D ed E, identiche tra loro, sono formati da sette piani adibiti anch'essi ad uso casa-albergo. La tipologia degli appartamenti si articolava in mono e bi- locali di vario taglio, ciascuno con balcone, bagno e angolo cucina.
La permanenza "temporanea" degli inquilini in assistenza alloggiativa si protrae per tutti gli anni Ottanta fino alla metà degli anni Novanta. Agli inizi degli anni Ottanta la proprietà vende l'immobile all'Empam (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici), ma rimane tuttavia locataria del Residence attraverso la società Ceim. Alla fine degli anni Novanta, sotto il secondo mandato della giunta Rutelli, inizia gradualmente un fase di assegnazione di case, ma il Residence non si svuota poiché Ceim procede alla locazione degli appartamenti che si rendono liberi. Sono gli anni in cui la presenza di italiani in assistenza alloggiativa tende a diminuire e la società, specializzata nell'acquisto, la vendita, la costruzione e l'amministrazione di immobili, inizia ad affittare ai primi immigrati di origine libanese. Diverse le comunità straniere che prendono dimora al residence pagando regolarmente l'affitto: prima quelle africane, poi la sudamericana e solo negli ultimi anni quelle rom e dell'est Europai, provocando, nel giro di pochi anni, il sovraffollamento del luogo e l'acuirsi delle tensioni sociali nel quartiere.
La via di uscita definita consiste in un cambio di destinazione d'uso da ricettivo a residenziale, con impegno da parte della proprietà alla cessione di altri immobili e proprietà per sostenere l'esigenza abitativa. Nel 2006, quando cominica lo sgombro della prima palazzina, al Residence Bravetta, la popolazione residente si aggira intorno alle 3000 unità tra gli affittuari e 124 nuclei familiari in assistenza alloggiativa. Un centinaio di famiglie, in maggioranza rom ,rumene e italiane, lasciano i loro appartamenti, trasferendosi nelle altre palazzine del complesso oppure recandosi altrove. Quelle in assistenza sono condotte verso una nuova destinazione: una parte nel quartiere di San Basilio, l'altra alla Giustiniana.
Nell'agosto del 2007 viene completato il drammatico sgombero di tutte le palazzine e onde evitare una successiva occupazione dei locali, gli edifici vengono scarnificati e ridotti al solo telaio strutturale. Si attende ora che si sviluppi un piano di recupero in cui, a fronte di un cambio di destinazione d'uso del complesso, da ricettivo a residenziale, la proprietà privata converta i telai in abitazioni dotate di circa 5000 mq di servizi, quali un asilo nido, una scuola materna e un centro anziani, capaci di compensare la scarsità di servizi dell'intero quartiere. Tale convenzione, ratificata dalla delibera 47/2007 del Consiglio Comunale, non è stata ancora attuata.
La via di uscita definita consiste in un cambio di destinazione d'uso da ricettivo a residenziale, con impegno da parte della proprietà alla cessione di altri immobili e proprietà per sostenere l'esigenza abitativa. Nel 2006, quando cominica lo sgombro della prima palazzina, al Residence Bravetta, la popolazione residente si aggira intorno alle 3000 unità tra gli affittuari e 124 nuclei familiari in assistenza alloggiativa. Un centinaio di famiglie, in maggioranza rom ,rumene e italiane, lasciano i loro appartamenti, trasferendosi nelle altre palazzine del complesso oppure recandosi altrove. Quelle in assistenza sono condotte verso una nuova destinazione: una parte nel quartiere di San Basilio, l'altra alla Giustiniana.
Nell'agosto del 2007 viene completato il drammatico sgombero di tutte le palazzine e onde evitare una successiva occupazione dei locali, gli edifici vengono scarnificati e ridotti al solo telaio strutturale. Si attende ora che si sviluppi un piano di recupero in cui, a fronte di un cambio di destinazione d'uso del complesso, da ricettivo a residenziale, la proprietà privata converta i telai in abitazioni dotate di circa 5000 mq di servizi, quali un asilo nido, una scuola materna e un centro anziani, capaci di compensare la scarsità di servizi dell'intero quartiere. Tale convenzione, ratificata dalla delibera 47/2007 del Consiglio Comunale, non è stata ancora attuata.

